Brain Disease Model of Addiction: Neuroscienze e Scienze Sociali a confronto

di Francesco Mancuso

Lavorare nei servizi per le dipendenze italiani vuol dire confrontarsi con modelli teorici di riferimento articolati quanto distanti, in un equilibrio disciplinare garantito dalla condivisione di un comune
centro di gravità permanente: la prospettiva biopsicosociale.
In tale prospettiva, diverse teorie esplicative (biologica, psicologica e sociale) possono contribuire a fornire informazioni sui fenomeni naturali complessi a partire dal presupposto che nessuna teoria è di per sé superiore alle altre.
Alcune difficoltà emergono nel momento in cui i diversi modelli costituenti la prospettiva biopsicosociale maturano nel tempo le loro acquisizioni, strutturando assiomi definiti e distinti.
Il modello biomedico (inteso come medicina fondata sulla biologia) ha prodotto ad oggi un corpo di conoscenze tali da garantirsi un ruolo centrale nei servizi per le dipendenze e, più in generale, nella società occidentale. Il modello inquadra le malattie come deviazioni dalla norma di variabili biologiche (somatiche) misurabili. Per quanto attiene le patologie da addiction, il modello biomedico ha prodotto una quantità di evidenze talmente significative da poter sostenere una compromissione dell’anatomofisiologia cerebrale, ed il paradigma di malattia derivato è riconducibile al cosiddetto “Brain Disease Model on Addiction” (BDMA), l’ “addizione” quale malattia del cervello.
Per il BDMA l’addizione (storicamente da sostanze) è una malattia del cervello cronica, recidivante, che si sviluppa progressivamente nel tempo. Il sintomo centrale è il craving (desiderio persistente ed irresistibile) nei confronti di una sostanza (o di un comportamento addittivo) che viene ricercata e consumata nonostante le conseguenze dannose. Nel corso dello sviluppo della malattia si presentano: modificazioni del tono dell’umore, della memoria, della percezione e degli stati emozionali, compromissione del funzionamento familiare e sociale, modificazioni anche persistenti della struttura anatomofunzionale del cervello.
La marcata impronta neuroscientifica all’inquadramento nosografico e culturale delle addizioni è sempre più sottoposta a critica da parte delle scienze sociali. Nella definizione di tali scienze vengono incluse discipline eterogenee (quali l’economia politica, la scienza politica, la sociologia e l’antropologia) aventi come oggetto di indagine la società, concepita come corpo unico di cui è possibile indagare origini,
sviluppo, istituzioni, relazioni e strutture.
Uno dei maggiori punti di convergenza tra gli scienziati sociali è il contrasto all’opulenza della neurobiologia, branca del sapere eccessivamente influente sui decisori politici e troppo poco attenta alla dimensione socioambientale ed interpersonale.
Nel campo delle addizioni, le principali divergenze tra social scientists e neuroscientists possono essere ricondotte a tre punti essenziali:
1) il concetto di malattia, intesa come costruzione teorica soggetta all’influenza di
norme sociali, politiche e valori culturali dominanti in una società;
2) il modello biomedico e la formulazione del BDMA;
3) le addizioni come possibili condizioni autoindotte.

In accordo con quanto sostenuto dalle scienze sociali, il concetto di malattia non è socialmente neutro, e non emerge unicamente da una naturale sovrapposizione di scoperte scientifiche. La malattia si fonda su un giudizio che non è esclusivamente scientifico, ma anche di ordine morale ed estetico, essendo interpretata in maniera disomogenea nei diversi strati sociali e nei diversi livelli di istruzione di una popolazione,
così come nelle differenti epoche storiche.
In linea con il modello biomedico, i processi mentali sono riconducibili a processi biologici, pertanto le malattie della sfera mentale sono malattie a pieno titolo biologiche.
Ebbene, a detta degli scienziati sociali, nonostante gli ingenti investimenti in mezzo secolo di ricerca scientifica biomedica, le neuroscienze non hanno identificato (sorprendentemente) un solo marker biologico certo di addizione.
Per il BDMA la compromissione neurochimica cerebrale che viene ad instaurarsi nelle condizioni addittive comporta una progressiva perdita di controllo sull’assunzione delle sostanze e quindi sulla volontà di astenersene. Di converso, alcune evidenze di letteratura indicano che l’additto può essere libero di assumere o meno una sostanza.
Non secondariamente, postulare un deficit di controllo e di volontà comporta annullare del tutto la responsabilità di un consumatore in termini di raggiungimento dell’astinenza, adesione ad un percorso terapeutico e, più in generale, nella capacità di rispondere delle proprie azioni(1).
È quindi opportuno riaprire la discussione su quanto finora verificato sperimentalmente dalle neuroscienze alla luce delle incalzanti argomentazioni critiche offerte dalle scienze sociali, anche su temi specifici e circoscritti quali l’utilità diagnostica del BDMA ed i livelli
interpretativi che offre alla comprensione della progressiva compromissione di alcune facoltà mentali.
Stimolare una siffatta discussione vuol dire anche affrontare le prospettive che si potrebbero aprire nell’abbandonare il modello di malattia del cervello. Come riformulare la prospettiva biopsicosociale? Come raggiungere ciò che è socialmente considerata non tanto una diagnosi sommersa, quanto una legittima dimensione esistenziale? Ciò detto, come andrebbero riorganizzati i servizi per le dipendenze? Andrebbero
definitivamente allocati nell’area meno biologica della medicina (la psichiatria) o potrebbero essere meglio valorizzati nell’area della prevenzione e del “sociale”?
Il prossimo numero della rivista cercherà di affrontare questi argomenti proponendo inizialmente un approfondimento dello scrivente sulle contestazioni offerte dalle scienze sociali, insieme ad un ulteriore contributo, a firma della Dott.ssa Sabrina Flores, sulle evidenze scientifiche a sostegno della validità del BDMA.


(1)Le aporie speculative e l’utilità clinica del BDMA sono state recentemente oggetto di un seminario promosso dall’European Master on Drug and Alcohol Studies, diretto dal Prof. Fabrizio Faggiano presso l’Università del Piemonte Orientale (Novara) nell’ambito di un percorso formativo sul tema del consumo di sostanze legali ed illegali in Europa in una prospettiva multidisciplinare ed internazionale.

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