Decreto “Dignità”. La dignità dei giocatori di domani la pagano i giocatori di oggi

di Paolo Jarre

Nel corso dell’estate è stato approvato in via definitiva il cosiddetto Decreto “dignità” convertito nella Legge 9 agosto 2018 n.96.
Al suo interno l’articolo 9, il tanto pubblicizzato e popolare – giustamente – Divieto di pubblicità giochi e scommesse che recita, in sintesi, al Comma 1 così:
“Ai fini del rafforzamento della tutela del consumatore e per un più efficace contrasto alla ludopatia….. è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo…. Dal 1° gennaio 2019 il divieto di cui al presente comma si applica anche alle sponsorizzazioni di eventi, attività, manifestazioni, programmi, prodotti o servizi e a tutte
le altre forme di comunicazione di contenuto promozionale… I proventi delle sanzioni amministrative per le violazioni … destinati al fondo per il contrasto al gioco d’azzardo patologico”.

Sin qui tutto bello e giusto, al di là dell’oramai incontrastabile utilizzo, anche in ambito normativo, dell’orribile e fuorviante neologismo “ludopatia”. Era davvero ora che l’Italia si allineasse agli altri paesi europei che questo passo l’avevano già compiuto da anni. Alcuni ricorderanno una partita in Polonia di oltre 10 anni di Coppa della Juventus, costretta a rinunciare alle maglie con lo sponsor di allora, Betclic…
Il divieto della pubblicità dei prodotti di tabacco in vigore dal 1962 ha contribuito in modo sostanziale – insieme alle restrizioni “geografiche” della cosiddetta “Legge Sirchia” del 2001- al dimezzamento dei fumatori (da circa il 50 % degli ultraquattordicenni a poco più di ¼) in poco più di 50 anni nel nostro e in molti altri paesi del nord del mondo.
Mark Griffith, uno dei massimi studiosi del gioco d’azzardo al mondo, già nel 2005 in un articolo sulla questione (“Does advertising of gambling increase gambling addiction?” International Journal of Mental Health and Addiction · January 2005), pur sottolineando la scarsezza di studi al proposito, richiamava nelle proprie conclusioni qualcosa che l’industria italiana di settore ha bellamente trascurato sino a ieri: “C’è la necessità e l’urgenza che l’industria del gioco sia legale, dignitosa, onesta e sincera nella propria produzione pubblicitaria” (Advertising Association, 2002).
Più recentemente la sociologa australiana Nerilee Hing (“Do advertising and promotions for online gambling increase gambling  consumption? An exploratory study” International Gambling Studies, Volume 14, 2014 -Issue 3) riferiva da un lato di una modesta efficacia della pubblicità nel reclutare al gioco i non giocatori, ma di un importante effetto su chi già era giocatore, influenzando negativamente la possibilità di resistere al craving e aumentando di conseguenza il rischio di recidiva nei giocatori astinenti.
Quindi non può che essere un bene il bando della pubblicità, anche per la connotazione negativa – assimilabile a quella del tabacco – che automaticamente ne deriva per il gioco in denaro.
Buona anche l’introduzione dell’uso obbligatorio della tessera sanitaria dal 2020 per l’utilizzo degli apparecchi automatici di gioco che va nella auspicata direzione della “scheda del giocatore”, che dovrebbe essere il veicolo unico per l’accesso a tutti i giochi in denaro, permettendo al giocatore (ed eventualmente a terzi coinvolti) di programmare le proprie intenzioni di gioco, le autoesclusioni, i limiti temporali e monetari e così via.

Il problema però è: chi paga i mancati introiti per lo Stato della cessazione della
pubblicità?

Leggiamo allora il comma 6: “La misura del prelievo erariale unico sugli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettera a) e lettera b) (Slot Machine e VLT n.d.r.), è fissata, rispettivamente, nel 19,25 per cento e nel 6,25 per cento dell’ammontare delle somme giocate a decorrere dal 1° settembre 2018 (sino al 31 agosto erano rispettivamente 19 e 6 % n.d.r.) e nel 19,5 per cento e nel 6,5 per cento a decorrere dal 1° maggio 2019. 7. Agli oneri derivanti dal comma 1, pari a 147 milioni di euro per l’anno 2019 e a 198 milioni di euro a decorrere dall’anno 2020, si provvede mediante quota parte delle maggiori entrate di cui al comma 6”.
Quanto saranno queste maggiori entrate? Per 8 mesi + 0,25 % su slot (fatturato circa 26 miliardi) e su VLT (fatturato circa 25 miliardi): 65 milioni da Slot e poco meno da VLT per 2/3 di anno, circa 90 milioni; per i restanti 8 mesi del 2019 + 0,5, quindi il doppio, 180 milioni (quindi lo Stato ci fa anche un po’ la cresta…).
Ma cosa vuol dire “aumento del PREU”? È la quota che lo Stato incamera direttamente dal fatturato lordo, a scapito delle cosiddette “vincite” (che dovrebbero essere definite, in nome dell’onestà sopra citata da Griffith, “parziali restituzioni”).

Vuol dire che il divieto della pubblicità lo paga la sottopopolazione di giocatori d’azzardo più a rischio di patologia, i giocatori di new slot e VLT, poco più di 1 milione di persone tra le quali si concentra oltre l’80 % delle persone in carico ai servizi; non l’industria cui non viene torto un capello (quindi nessuna cattiva notizia per Lottomatica…), né tantomeno gli evasori fiscali, e neppure lo Stato.

Insomma, una cosa buona, con però un sottofondo che avrebbe potuto essere improntato a maggiore equità. E il tutto all’insaputa dei più.

 

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